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Giovedì, 10 Gennaio 2019 09:37

Museo Scaglione Sciacca

La Casa Museo Francesco Scaglione costituisce una testimonianza, unica nella nostra provincia, di un museo ottocentesco “d’ambientazione”, epigono del collezionismo illuminato che nei secoli XVIII e XIX fiorisce in tutta Europa ad opera di facoltosi privati. Nato a Sciacca nel 1859  da una famiglia borghese, Francesco Scaglione vive tra Sciacca, Palermo e Roma, dove muore nel 1938. Appassionato collezionista e amatore d’arte, è Ispettore Onorario alle Antiche e Belle Arti di Agrigento.  La sede del Museo è la casa della Famiglia Scaglione, che le figlie del Cavalier Francesco, lasciano nel 1969 in eredità al Comune di Sciacca. Il palazzo si trova nel centro storico, accanto al Duomo, nel luogo in cui sorgeva la chiesa di Santo Stefano demolita nel secolo XVI. Al primo piano, l’ambiente di rappresentanza più vasto si affaccia su un piccolo giardino interno, mentre gli ambienti privati danno sulla piazza. Tutti i vani sono coperti con volte quasi sempre dipinte a tempera, e i pavimenti conservano ancora delle interessanti maioliche ottocentesche. Le Sale I – V ricostruiscono il contesto originario, rispettando il decoro e l’arredo dell’appartamento ottocentesco: ambienti di rappresentanza arredati con mobili dell’artigianato siciliano del XIX secolo, e adorni di dipinti, oggetti e soprammobili, di fotografie d’epoca e ritratti di famiglia.

                           

Le Sale VI – IX espongono alcune delle ricchezze e preziose collezioni. Oltre a quelli esposti nella quadreria, i numerosi dipinti del lascito sono distribuiti in tutti gli ambienti in ordine cronologico. In particolare, nella Sala II, la cosiddetta “Stanza del Paracqua”, e nella Sala III, il cosiddetto “Camerone”, si ammira la ricca e variegata pinacoteca comprendente opere del XVII e XVIII secolo, oltre a una collezione di porcellane, alcune delle quali di manifattura cinese. Fra i dipinti del Settecento, un gruppo documenta la vivace cultura legata, di riflesso al magistero di Mariano Rossi, con prove del figlio Tommaso, degli allievi e del maestro. Nella Sala IV sono esposti piccoli bronzi dello scultore Vincenzo Bentivegna, inseriti nell’arredamento liberty tipico del periodo in cui opera l’artista. Nella Sala V, ricostruita a studio, le vetrine ottocentesche contengono, oltre alcuni libri, una raccolta di oggetti archeologici di età greco e romana. La Sala VI espone una parte della collezione di Grafica, con stampe databili tra il XVII e il XIX secolo di carattere sacro e profano, e le collezioni numismatiche e di armi. Le Sale VII – VIII  ospitano la rilevante pinacoteca ottocentesca, composta di opere di artisti  siciliani, italiani e stranieri. Una parte importante è costituita dai dipinti del paesaggismo siciliano dell’Ottocento e dei primi del Novecento, firmati da Francesco Lojacono, Antonino Leto, Mario Mirabella, Salvatore Lo Forte e Natale Attanasio. La Sala IX ospita la prestigiosa collezione delle ceramiche, che accanto agli esemplari siciliani provenienti da Sciacca, Caltagirone e Burgio, annovera pezzi di varie manifatture italiane: Savona, Castelli, Cerreto Sannita, Capodimonte e Napoli.

 

 

Giovedì, 10 Gennaio 2019 09:34

Castello Incantato Sciacca

 

La vita di Filippo Bentivegna fu inconsueta e bizzarra. Nacque a Sciacca il 3 maggio del 1888 da una  famiglia numerosa e di condizioni modeste e le ristrettezze economiche familiari indussero Filippo a cercare lavori saltuari e di conseguenza a non frequentare le scuole elementari. A vent’anni, nel 1908, si arruolò in marina e vi rimase fino al 1912. Tornato a Sciacca, non trovando lavoro si avventurò in America; lì la vita si rivelò per lui alquanto amara, non riuscì ad inserirsi né a convivere con persone che avevano idee troppo diverse dalle sue, basate sulla discriminazione razziale e sulla sopraffazione. Per la sua indole e per le sue idee poco conformiste venne duramente emarginato. In questo stesso periodo si innamorò di una ragazza americana a causa della quale fu violentemente malmenato dal proprio rivale in amore. Da questo fatale episodio pare sia conseguita un’alterazione del suo carattere. Fatto rimpatriare si stabilì a Sciacca e col denaro guadagnato in America poté comprare un piccolo podere dove trascorse  della sua vita dipingendo e scalpellando gli alberi e i massi che estraeva dalle pareti rocciose. Le sue sculture sono tutte diverse e raffigurano personaggi famosi e non a cui dava anche un nome e che, nel suo immaginario, rappresentavano i sudditi del suo regno che egli aveva creato e di cui era Signore”, amava infatti farmi chiamare dalla gente “Sua Eccellenza”. Al centro del podere sorge la casetta dove il Bentivegna viveva, le cui pareti decorate da disegni raffiguranti grattacieli che ricordano il suo soggiorno in America e un pesce che contiene nel proprio ventre un pesce più piccolo che probabilmente simboleggi a la traversata dell’artista all’interno della nave che lo condusse a New York. Si racconta che si aggirasse per le vie della città con in mano un corto bastone che reggeva come se fosse uno scettro autoproclamandosi il “Signore delle caverne” per i numerosi cunicoli che scavava nella terra da cui ricavava roccia viva da scolpire e da cui traeva energia. A causa di un lento declino della sua vitalità, della sua salute e un affievolirsi della capacità creativa si trasferì in un'altra casa al centro del paese da cui periodicamente si recava nel podere che continua a curare fino al termine della sua operosa esistenza. Giunse alla morte, avvenuta nel 1967, all’età di settantotto anni. Un gruppo di 14 opere di Filippo Bentivegna sono esposte presso il Museo dell’ Art Brut di Losanna.

 

 

           

 

ASPETTO CLINICO

Da tanti viene considerato  come un contadino folle e matto, ma non lo era. Sicuramente ha subito un trauma durante gli anni trascorsi in America. Ha realizzato il suo regno in quel podere, scolpendo decine di teste, ma non sapeva contrapporre i colori, se non quelli base come il rosso e il nero. Era un metodico e questa sua meccanicità si ipotizza fosse dovuta ad un trauma del lobo frontale di destra. 

Gli idiot savant - o idioti sapienti - sono i soggetti che geneticamente, o in seguito ad un trauma, hanno un'alterazione della corteccia celebrare. Questo danno determina una inattivazione di alcune aree celebrali e l'iperfunzioni di altre. Il danno a livello anteriore, lo stesso che si pensa  possa aver subito Bentivegna, fa venire meno il freno inibitorio sulle aree posteriori che sono quelle deputate alla visione e all'immaginazione. Questo determina un aumento della creatività. Alcuni soggetti affetti da autismo infatti, riportano questa incapacità di svolgere banali compiti della vita quotidiana, mentre risultano brillanti in alcuni campi della vita. Hanno abilità eccezionali in singoli settori, spesso associati alla musica, alle arti o alla matematica. Si tratta di individui con ritardo mentale (spesso autistici) che mostrano quello spiccato talento che la critica definirebbe genio. Nel suo modo di vivere, esistono dei tratti schizofrenici  ma,  a differenza degli schizofrenici, Filippo non si è mai allontanato dalla realtà.

Era nato a Sciacca verso la fine dell'Ottocento e, nel 1913 si era trasferito in America quando i banchi di corallo, nella città marinara, hanno una rapida crisi di vendita e il loro valore di mercato si abbassa notevolmente, e Filippo non sa di che vivere. Sono gli anni del primo grande esodo migratorio che ha visto  milioni di italiani, per il desiderio di inseguire il sogno americano e di riscatto, imbarcarsi per raggiungere l’America dei sogni. Sappiamo che, in America, Filippo ha lavorato come pugile e come manovale per una ditta edile, c’e chi dice per una ditta che si occupava della costruzione di tratte ferroviarie. Alcune testimonianze ci raccontano che il trauma che lo avrebbe lasciato in coma per diversi giorni, fosse dovuto ad un incidente sul lavoro; qualcun altro dice che fosse dovuto ai pugni subiti durante gli incontri di boxe, o addirittura a seguito delle percosse subie durante una lite furibonda con il fratello, dopo che Filippo lo avrebbe trovato a letto con la propria donna. La tesi però più avvalorata sarebbe quella secondo la quale Filippo Bentivegna si era invaghito della figlia di un boss mafioso che si oppose al loro matrimonio, e lui non accettò mai il rifiuto. Di certo, a modificare la vita dell'artista, c'è un trauma.

 

(Tratto dal libro  "Filippo Bentivegna - Tra Savantismo e Neuroestetica. Irregolarità e Normalità" autore Dott. Nino Sandullo)

 

Venerdì, 20 Gennaio 2017 02:15

Castello Luna Sciacca

Il Castello Luna sorge sulla roccia viva, in posizione dominante, nella parte alta e orientale della città, ed è inserito nel perimetro delle antiche mura, che esistono in parte ancora oggi. L’imponente castello medievale di Sciacca fu fatto costruire nel 1380 da Guglielmo Peralta, conte di Caltabellotta, che diventò uno dei quattro vicari del regno di Sicilia dopo la morte del re Federico III (1377). Il Castello passò in mano ai conti Luna quando morto Nicolò Peralta (figlio di Gugliemo), Margherita, una delle sue tre figlie, andò in sposa al conte Artale de Luna, catalano e zio di re Martino. Comprende quattro parti: la cinta, il mastio, il palazzo comitale e la torre cilindrica. La cinta che serviva alla difesa esterna ha pianta poligonale ed è formata di alte e robuste mura. Entro il perimetro della cinta, a nord, si ergeva il mastio, cioè la torre maestra, a pianta quadrangolare, che superava di molto l’altezza del complesso dei fabbricati e che aveva la funzione di sorvegliare la cinta, il terreno esterno e il cortile interno. Di esso, rimasto integro fino al 1740, anno in cui una violenta scossa di terremoto lo danneggiò violentemente, oggi resta solo la base. Ancora esistente, invece, una torre cilindrica a due piani, inserita nel perimetro della cinta, a sud. Il palazzo del conte, a pianta rettangolare, occupava il lato ovest del castello, compreso tra il mastio e la torre cilindrica. Era composto di un piano terreno, adibito come abitazione della servitù e di un piano superiore dove abitava il Conte con la sua famiglia. Di esso oggi resta l’alto muro esterno con quattro ampie finestre. L’ingresso era situato a nord ed era munito di ponte levatoio. Da esso si entrava nel cortile dove a sud vi erano le scuderie e i locali degli uomini d’arme, nonché una cappella dedicata a S. Gregorio e a destra una scala che portava al piano nobile del palazzo. Nel complesso il castello dei Luna di Sciacca non ha una dimensione spropositata, ma, non privo di una sua monumentalità, rappresenta sotto il profilo architettonico uno dei interessanti esempi di architettura civile e militare del ‘300 esistenti in Sicilia. Per la sua posizione dominante su l’abitato di Sciacca, costituisce un elemento caratteristico e suggestivo del panorama della nostra città, a cui conferisce lustro e decoro e una fisionomia inconfondibile. Il castello dei Luna è legato al “Caso di Sciacca” scontro sanguinoso fra le due famiglie nobili dei Luna di origine catalana e dei Perollo di origine normanna, che funestò la città per due secoli.

 

                        

 

IL CASO DI SCIACCA

Una faida al confronto della quale ,quella tra Capuleti e Montecchi era una lite condominiale.

Dal 1459 al 1529 si colloca un evento passato alla storia come “il caso di Sciacca“, una storia di odio feroce che distrusse due nobili famiglie saccensi, quelle dei conti Luna e dei baroni Perollo, in cui furono coinvolti addirittura l’Imperatore Carlo V e il Papa Clemente VII. Lo scontro tra le due famiglie iniziò per le mancate nozze tra la bella e ricchissima Margherita Peralta e Giovanni Perollo. Il Re Martino volle le nozze tra Margherita e il conte Artale Luna contando, con questo, di assicurare alla corona l’appoggio dei Peralta, una delle casate più in vista di Sciacca. Dopo le suddette nozze, la famiglia Perollo non sopportò la prepotenza del sovrano, e sviluppò un odio viscerale verso la nobiltà catalana e straniera, alla quale il Luna apparteneva. A questo odio dei Perollo s'aggiunse quello di Bernardo Cabrera, conte di Modica, che avrebbe pure preteso di fare sposare Margherita al figlio, in modo da poter ampliare ulteriormente il suo controllo territoriale.

Deceduti Martino il Giovane e il padre Martino il Vecchio, in Sicilia gli abitanti aspiravano ad avere un loro re. Si erano intanto formate tre fazioni: una catalana, capeggiata da Bernardo Cabrera, un'altra con a capo la regina Bianca, moglie di Martino il Giovane (da questi sposata dopo la morte di Maria), ed una terza afferente alla nobiltà siciliana, cui aderivano molti comuni che si erano ribellati alla regina. Il conte Luna seguiva la fazione di Cabrera, ma gli abitanti di Sciacca rimasero fedeli alla regina.

Nel 1411, Cabrera occupò la città, ma non il Castello Vecchio, difeso ad oltranza da Pietro Garro. Un intervento della regina liberò il castello e la città. Nel 1416 il prestigio della famiglia Peralta passò ad Antonio, il figlio del Luna, che ebbe dal re Alfonso la concessione della castellania di Sciacca. Dava cioè il massimo onore oltre al diritto di dimora nel Castello Vecchio. I figli maschi del Luna e del Perollo raccolsero dunque l'eredità di odio che i loro rispettivi padri non avevano mai sopito e si ritrovarono puntualmente in disaccordo quando, nel 1454, Perollo fu costretto a cedere al Luna una proprietà alla quale teneva moltissimo. Così, durante la festa della S. Spina di Gesù, dell’Aprile del1455, nel momento in cui la processione, seguita dal Luna, era giunta fin sotto il palazzo del Perollo, quest’ultimo, sentendosi minacciato dalla presenza del suo rivale, aggredì il Luna insieme ad i suoi uomini, e, pugnalatolo più volte, lo lasciò in terra credendolo morto, ordinando ad i suoi uomini di calpestargli il volto … La vendetta del Luna , che era sopravvissuto al feroce attentato (sfregiato orribilmente) non tardò ad arrivare. Una volta ritornato in salute, radunato uno stuolo di uomini fedeli, si recò a Sciacca e diede fuoco al castello dei Perollo ed a tutte le abitazioni che si trovavano intorno ad esso, seminando terrore e distruzione. Nel 1529, l’odio tra le due famiglie tornò a riaccendersi a causa di un banale episodio, il corsaro dei Mori, Sericano Bassà, che in quel periodo infestava con le sue imbarcazioni i mari della Sicilia Meridionale, aveva fatto prigioniero il barone di Solanto, recatosi presso le coste di Sciacca, aveva alzato la bandiera del riscatto dando la possibilità ai nobili saccensi di riscattare il prigioniero . In tale circostanza accadde che la somma di danaro, offerta per il riscatto dal conte Luna, fu pubblicamente rifiutata dal corsaro che invece gradì molto le offerte del Perollo, che aveva saputo lusingarlo con l’invio presso la sua imbarcazione di sontuosi rinfreschi e con una visita di cortesia che il Perollo aveva deciso di effettuare personalmente. Tale episodio ferì fortemente l’orgoglio del Luna che si sentì umiliato da tutti coloro che, avendo assistito al suo fallimento nell’operazione di recupero del prigioniero, lo avevano schernito elogiando invece l’ingegno del Perollo nell’avere saputo ben gestire la situazione. Il Luna ritenne responsabile di tale umiliazione il Perollo; un odio atavico, mai sopito riprese vigore, fino al giorno che il Luna non decise di mettere a ferro e fuoco il castello dei Perollo e di uccidere il suo rivale. Il castello fu conquistato; le donne della famiglia Perollo che vi si erano rifugiate furono risparmiate da ogni oltraggio e scortate in un monastero, ma i difensori furono tutti uccisi. Giacomo Perollo, fuggito per un passaggio segreto, si era nascosto nella casa di un suo fedele, ma il suo nascondiglio fu rivelato da un traditore., ed in seguito ucciso. Il suo corpo, legato ad un cavallo, venne trascinato per le vie di Sciacca, nel Luglio del 1529, lasciando una tragica scia di sangue. i parenti del Perollo ottennero un decreto, con il quale il Luna veniva condannato a morte e i suoi beni confiscati . Sigismondo fu dichiarato fellone e reo di lesa maestà, e il suo castello fu assalito dalle truppe regie, che ne trucidarono i difensori . Il Luna si recò a chiedere perdono al papa Clemente VII, che era suo zio, e all’imperatore Carlo V, che glielo negarono, data la ferocia dei suoi misfatti, e si uccise gettandosi nel Tevere. In tutto questo a perdere veramente fu la città di Sciacca, che dai 35.000 abitanti del 1459 si era ridotta a 9000 nel 1529. L'odio cancellò migliaia di vite e due nobili famiglie siciliane , che in sostanza scomparvero annichilite dall'ira.

 

 

Martedì, 17 Gennaio 2017 04:27

Museo Scaglione

La Casa Museo Francesco Scaglione costituisce una testimonianza, unica nella nostra provincia, di un museo ottocentesco “d’ambientazione”, epigono del collezionismo illuminato che nei secoli XVIII e XIX fiorisce in tutta Europa ad opera di facoltosi privati. La sede del Museo è la casa della Famiglia Scaglione, che le figlie del Cavalier Francesco, lasciano nel 1969 in eredità al Comune di Sciacca. Il palazzo si trova nel centro storico, accanto al Duomo, nel luogo in cui sorgeva la chiesa di Santo Stefano demolita nel secolo XVI. Al primo piano, l’ambiente di rappresentanza più vasto si affaccia su un piccolo giardino interno, mentre gli ambienti privati danno sulla piazza. Tutti i vani sono coperti con volte quasi sempre dipinte a tempera, e i pavimenti conservano ancora delle interessanti maioliche ottocentesche. Oltre all'arredamento originale databile tra l'800 e i primi del '900, all'interno è conservato ed esposto un  notevole patrimonio artistico e di antiquariato: dipinti, stampe, sculture, ceramiche, nonché materiale archeologico, numismatico, mineralogico, etno-antropologico proveniente da tutta la Sicilia, dall’Italia e dall’Estero.

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PER INFO E ORARI APERTURA CHIAMARE IL

0925.20478 ufficio turistico di Sciacca 

 

 

Martedì, 17 Gennaio 2017 04:27

Castello Incantato

Martedì, 17 Gennaio 2017 04:27

Mostra Castello Luna

Il “Caso Di Sciacca”. I conflitti tra le due famiglie continuarono per generazioni fino al 1529 quando Giacomo Perollo fu ucciso da Sigismondo Luna, ed il suo corpo, attaccato alla coda di un cavallo, fu strascinato per tre giorni per le strade della città.

Martedì, 17 Gennaio 2017 04:26

Museo del Sapone

La casa museo è un vecchio fabbricato rurale dei primi dell’ottocento, interamente restaurato, dove sono presenti due presse e alcuni oggetti relativi alle attività rurali della zona. L’idea di creare questo spazio museale, nasce dalla voglia di far conoscere la produzione antica di saponi e cosmetici naturali e trasmettere notizie storiche, tecniche a scientifiche a tutti coloro che sono interessati a scoprire il meraviglioso mondo dei saponi, la cui storia risale già al 2800 a.C.. Il sapone all’olio di oliva rappresenta a tutti gli effetti un prodotto tipico della tradizione mediterranea, dove si è sempre prodotto, contribuendo anche all’economia di molte città del nostro territorio. Se pensiamo al sapone di Marsiglia (Francia), a quello della Castiglia (Spagna) o a quello di Aleppo (Siria), tutti questi saponi sono a base di olio extra vergine di oliva, l’oro verde del mediterraneo. Tutte le visite al museo sono guidate e alla fine del tour è prevista anche una spiegazione di tutti i nostri prodotti con la possibilità anche di provarli. Si può, su richiesta, effettuare un workshop con la preparazione di una piccola saponetta.

 

PER INFO E ORARI DI APERTURA CONTATTARE

ALESSANDRO MAZZOTTA +39 349 6087713


Martedì, 17 Gennaio 2017 04:25

Castello Luna

Martedì, 17 Gennaio 2017 04:24

Museo del Giocattolo

Attraverso un percorso che abbraccia un secolo di Storia, dal 1880 al 1980, il Museo del Giocattolo vuole essere un’esperienza magica per tutti i visitatori, dai bambini agli adulti. In esposizione anche oggetti vintage delle varie epoche si susseguono in ambientazioni retrò per un tuffo nel passato a 360º. Un viaggio di 100 anni nel mondo dei giocattoli consigliato a tutti i bambini e gli adulti che sognano ancora

 

PER INFO E ORARI CONTATTARE 

ALESSANDRO DULCIMASCOLO +39 335.8444230


Martedì, 17 Gennaio 2017 04:18

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